Veneto Ecologia Solidarietà

Veneto Ecologia Solidarietà dà voce e rappresentanza alle vertenze ambientali, alle azioni contro i cambiamenti climatici e le gravi emergenze sociali che hanno attraversato il nostro territorio in questi anni.

Le contraddizioni della nostra epoca sono radicali e richiedono risposte senza patteggiamenti o compromessi, all’altezza delle grandi sfide. La pandemia mondiale del Coronavirus ha reso evidenti le minacce insite nella alterazione degli equilibri naturali e gli esiti devastanti delle politiche liberiste, l’impatto sul sistema del Welfare, la salute e l’ambiente.

Veneto Ecologia Solidarietà affronta con decisione le principali emergenze ambientali e sociali, per riguadagnare fiducia e partecipazione alla politica da parte di tutti i cittadini. Dice un chiaro NO alle grandi opere, inutili e devastanti, vantaggiose solo per poche grandi imprese ed esige un’unica grande opera: la manutenzione e la cura diffusa dei territori, delle infrastrutture esistenti (strade, ponti, scuole, ospedali, edifici residenziali), a partire dalla tutela della salute e sicurezza e della produzione del cibo, dalla riconversione ecologica delle attività produttive.

Una scelta decisiva per difendere l’ambiente e il territorio da restituire in condizioni migliori alle nuove generazioni, ma anche necessaria per creare nuova e buona occupazione, in una situazione di profonda crisi economica e di grave arretramento di ideali e valori.

I cittadini perdono rapidamente fiducia nelle istituzioni, attente a favorire i grandi poteri più che a promuovere la giustizia e rafforzare la lotta contro la corruzione, le lobbies occulte, i conflitti di interesse. Occorre certamente una azione efficace della magistratura, ma cambiare la politica è il dovere di tutti, per resistere alla devastazione e al diffondersi delle infiltrazioni mafiose nell’economia e nella politica e garantire scelte di trasparenza a tutela dei principi costituzionali.

Il nostro scopo è la valorizzazione dei beni comuni, minacciati dagli intrecci incontrastati e trasversali tra la politica e gli apparati della speculazione.


I temi essenziali per Veneto Ecologia Solidarietà

SANITÀ, SALUTE, INQUINAMENTO

La sanità è un servizio fondamentale cui chiunque deve poter accedere con pari opportunità. L’emergenza Covid-19 dimostra l’importanza della prevenzione delle malattie e dei piani di intervento. Si è evidenziata anche l’importanza di un servizio territoriale organizzato che permetta un capillare accesso, alla diagnosi e alla cura. La sanità – come l’ambiente, l’istruzione e i beni culturali – è un patrimonio strategico pubblico, un bene comune che non può essere delegato alle decisioni politiche locali né tanto meno alla privatizzazione. La sanità pubblica, senza scopo di lucro, permette di concentrare le forze e riorganizzarle in caso di emergenze e di norma fornisce maggiore attenzione alle persone attraverso una “medicina territoriale” che ha bisogno risorse e tutela. Dobbiamo rafforzare le dotazioni degli ospedali pubblici, restituire il ruolo di primo presidio alla medicina di base e di comunità, alla medicina preventiva, investendo molto di più sul personale sanitario, sia in termini di organici che di formazione.

La salute è innanzitutto prevenzione primaria e tutela dell’ambiente in cui viviamo: dobbiamo operare per la drastica riduzione dell’inquinamento di acque, suolo, aria che favorisce l’insorgere di malattie tumorali, cardiovascolari e polmonari.

La pandemia virale ha dimostrato chiaramente la esigenza irrinunciabile di intervenire con sollecitudine sulla riduzione dell’enorme carico di inquinamento atmosferico dovuto a PM10 e PM2.5, chiaramente concausa di gran parte della inaudita letalità del virus che, non per caso, interessa particolarmente le regioni della Pianura Padana, una delle aree più inquinate del mondo e, in particolare, le Regioni in cui la privatizzazione e la ospedalizzazione hanno sostanzialmente eliminato la medicina preventiva e di base.

Dobbiamo investire tutte le risorse necessarie per il risanamento delle acque: i PFAS–PFOA della Miteni di Trissino e i metalli pesanti delle industrie conciarie di Arzignano non sono trattenuti da impianti di depurazione, obsoleti e inadeguati, prima di disperdersi nell’intero bacino idrografico. Occorre provvedere alla bonifica delle falde con adeguati mezzi e in piena condivisione dei territori, monitorando lo stato di salute dei cittadini. Vanno tutelati i grandi fiumi ed i corsi d’acqua minori: contrastiamo l’abbandono dell’approvvigionamento idrico dal Po e dall’Adige che equivale a condannarli a diventare fogne a cielo aperto.

ECONOMIA, LAVORO, REDDITO

La crisi dell’economia globale ha conseguenze gravissime sulla tenuta dell’intero sistema territoriale ed effetti devastanti sull’occupazione e sul reddito, soprattutto dei settori più deboli del mercato del lavoro. Il 20% della popolazione del Veneto vive con un reddito alla soglia della povertà relativa. Questa percentuale è destinata nel prossimo futuro ad aumentare sensibilmente. I dati relativi alle richieste di accesso alle varie forme di sussidio, alla sospensione dei mutui, ai buoni spesa dei Comuni e alle entrate fiscali fanno presagire la crescita di vaste aree di povertà e una formidabile caduta dei consumi interni.

Il sistema produttivo del Veneto, nonostante i profitti cresciuti negli scorsi anni, favoriti anche da generosi contributi diretti e indiretti dello stato, ha mantenuto in larga parte le sue debolezze strutturali: bassa capitalizzazione e poca capacità di innovazione. Questa intrinseca debolezza, superata soprattutto nelle subforniture attraverso forme di sfruttamento intensivo del lavoro e bassi salari, diventa fattore ulteriore di vulnerabilità in un quadro di contrazione dei mercati, la cui ripresa non è prevista certamente nel breve periodo. Se quindi l’ intervento pubblico è indispensabile, è anche del tutto evidente che questo non può non avvenire che secondo chiare linee programmatiche sull’asse portante della sostenibilità ambientale e sociale delle attività economiche. Come dire una rivoluzione in un sistema di imprese che nel Veneto è stato e, in larga parte è ancora, basato sullo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro.

In Veneto la crisi delle banche popolari ha messo in luce l’intreccio perverso tra sistema bancario, speculazione immobiliare e sistema di impresa, con la politica – di governo e di “opposizione compatibile” – ridotta a facilitatore bipartisan.

Il controllo dal basso del flusso di risorse pubbliche è indispensabile per impedire che lo scempio continui. È un terreno di conflitto sociale e politico: la lotta contro le “grandi opere” si unisce al sostegno diffuso delle piccole imprese e delle start up innovative, secondo linee che garantiscano buona occupazione, responsabilità ambientale e solidarietà sociale, con strumenti adeguati per il loro sviluppo finanziario e tecnologico.

Turismo. L’accesso ai luoghi più sensibili, come Venezia, va necessariamente programmato e va esteso a luoghi meno conosciuti ma di grande interesse storico e naturalistico, ampliando la stagione turistica, oggi concentrata soprattutto nei mesi estivi; spazio crescente è possibile per nuove forme di turismo sostenibile, fra cui quello delle grandi reti cicloturistiche europee, compreso il turismo enogastronomico e l’agriturismo (importante integrazione di reddito per le piccole e medie aziende).

Anche l’Agricoltura richiede un ripensamento globale: per le grandi produzioni monocolturali – si pensi all’incredibile estensione delle coltivazioni del prosecco al di fuori del territorio d’origine –, vengono usate centinaia di migliaia di tonnellate di micidiali pesticidi e diserbanti di sintesi altamente tossici; cancerogeni, interferenti endocrini diluiti e trascinati in tutti i sistemi idrici del Veneto inquinano sempre più le campagne, le falde acquifere, la laguna di Venezia, le spiagge in corrispondenza delle foci dei fiumi, i laghi, il mare. Occorre provvedere con la massima urgenza ad agevolare la conversione dell’agricoltura alle produzioni biologiche e vanno diversamente regolamentati i grandi allevamenti, per garantire la salute delle comunità interessate, le condizioni naturali di protezione e benessere degli animali, la qualità delle carni.

Lavoro precario. La crisi ha messo in luce una vasta area di lavoro precario e qualificato nel settore della Istruzione e della cultura diffusa. Un insieme di attività che insistono in diversi campi in tutto il Veneto e rappresentano un patrimonio prezioso che è stato travolto nella fase della pandemia lasciando senza reddito migliaia di persone. Certamente la questione immediata è la loro tutela concreta ma occorre anche prevedere in un piano di investimento pubblico strategico, il rilancio delle attività culturali come elemento necessario di ricostruzione del tessuto delle relazioni sociali e di produzione, fondato, più che sui grandi eventi, su una rete di iniziative diffuse.

La Regione deve assicurare il diritto alla casa. Vanno recuperati e sottratti alla vendita le migliaia di appartamenti sfitti in disponibilità di ATER e Comuni, per renderli disponibili per le graduatorie e per le situazioni di emergenza abitativa. Va lanciato un piano per la edilizia residenziale pubblica che crei nuove disponibilità anche attraverso il riuso di importanti edifici di proprietà delle istituzioni locali, regionali e dello stato. Gli affitti devono essere calmierati sulla base  del reddito medio disponibile.

Riforma fiscale. In un contesto nazionale in cui l’evasione fiscale è tollerata e talvolta perfino giustificata dalle forze di governo, la decisione di abolire la addizionale Irpef regionale equivale ad un vantaggio regressivo, non solidale che favorisce in modo sconsiderato i redditi più alti, con un guadagno risibile per i redditi medio-bassi. Ogni anno sono sottratti alle risorse pubbliche 1 miliardo e 200 milioni che, con attenta rimodulazione, potrebbero garantire efficaci interventi a sostegno delle fasce sociali più deboli e un più equilibrato stimolo all’economia diffusa.

LO SCONTRO SULLE PRINCIPALI EMERGENZE AMBIENTALI

Il MoSE : Prima di proseguire con i lavori, il progetto e il sistema di gestione e manutenzione debbono essere immediatamente verificati alla luce degli evidenti errori progettuali, sulla base di argomentazioni tecniche fondate, esplicitate e condivise con la cittadinanza, nel principio della trasparenza, attuando da subito interventi di difesa e tutela che dovranno necessariamente comprendere tutto il sistema lagunare e la salvaguardia della città, incentivando la permanenza dei suoi abitanti e delle attività non turistiche, tenendo conto seriamente dei cambiamenti climatici in atto. Va anche considerata la possibilità del blocco dei lavori se nel quadro di una valutazione obiettiva ciò risultasse necessario.

Le Grandi Navi turistiche devono rimanere fuori dalla Laguna nel rispetto immediato del decreto Clini-Passera e senza attendere sine die la soluzione alternativa. La definizione dell’eventuale nuovo posizionamento dovrà essere frutto di un Dibattito Pubblico che dovrà interessare tutto il sistema e le comunità lagunari, mettere a confronto le alternative e prevedere anche l’opzione zero, come da legislazione vigente. Si deve peraltro considerare che la crisi della crocieristica, causata dalla pandemia, non sarà di breve periodo, con serie conseguenze sulla stessa cantieristica navale, una delle più importanti industrie del Veneto come volume di fatturato e addetti. È altamente improbabile che nei prossimi anni vi sia una ripresa del turismo crocieristico così come lo abbiamo conosciuto, e tanto meno vi sarà la crescita prevista. Questa realtà parla per sé della necessaria riconversione dell’intero sistema.

OLIMPIADI DI CORTINA 2026. Le olimpiadi invernali si terranno nel 2026 a Milano e Cortina per abbandono del campo della maggioranza dei contendenti, viste le pesanti conseguenze delle precedenti edizioni, che hanno ben evidenziato gli impatti negativi sull’ambiente e i costi faraonici fuori controllo. Nel Veneto non è con operazioni di questo tipo che si rilanciano la montagna e le aree marginali. Certamente avranno grandi vantaggi a breve termine la lobby delle imprese delle costruzioni (con i loro intrecci inestricabili con la “politica di professione”) e gli albergatori dell’area interessata. Senza una programmazione di lungo periodo e un ampio spettro di interventi diversificati per il rilancio di tutte le attività del territorio, dall’agricoltura alla manifattura, l’abbandono di larga parte delle zone di montagna continuerà, con il drastico invecchiamento della popolazione.

NO TAV. Proseguire ancora con un progetto inutile, costoso, devastante per l’ambiente e il bilancio dello stato è, nella presente situazione, un crimine. Non serve al traffico merci su ferro, compromesso dalle scelte di RFI che ha chiuso quasi tutti gli scali merci delle stazioni intermedie, e, a fronte di una spesa di quasi 9 miliardi di Euro, consentirà un risparmio di appena un quarto d’ora tra Milano e Venezia. La linea esistente deve essere riqualificata con interventi di modernizzazione tecnologica, come verrà fatto con la Venezia/Trieste.

BONIFICHE, INCENERITORI. Nell’area metropolitana di Venezia dobbiamo provvedere concretamente alla bonifica delle aree inquinate di Marghera e a soluzioni alternative rispetto al nuovo inceneritore a Fusina, mediante l’ulteriore aumento della raccolta differenziata e del riciclaggio dei rifiuti e mediante forme di produzione di energia eco-compatibile, se necessarie.

NUOVE AUTOSTRADE E NUOVI OSPEDALI. Va fermato il folle programma di project financing autostradali e ospedalieri avviato dall’ultima Giunta Galan e continuato con Zaia. Va data assoluta priorità alla manutenzione e alla messa in sicurezza della viabilità esistente, con nuovi e ben delimitati interventi ove necessario (S.S. Romea, Transpolesana, Valsugana ecc.). La Superstrada Pedemontana Veneta sta causando un disastro ambientale senza precedenti ed è già stata dichiarata inadeguata e viziata da gravi irregolarità dalla Corte dei Conti; Cassa Depositi e Prestiti e Banca Europea per gli Investimenti hanno negato il finanziamento giudicandola finanziariamente insostenibile per i flussi di traffico sovrastimati. Occorre rivedere il progetto per ridurne l’impatto ambientale, ove ancora possibile, ricondurla alle effettive necessità dei territori attraversati e rivedere il progetto di finanza, che rischia di mandare in default il bilancio regionale. Se questa opera era una follia quand’è nata, lo diventa ancor più oggi. La contrazione della mobilità, ampiamente prevedibile nel prossimo futuro, la rende ancora meno necessaria e finanziariamente sostenibile di prima. Opera costosa e inutile, insieme alle conseguenze sul territorio peserà anche dal lato economico sui cittadini e le aziende venete: peserà doppiamente, con tariffe fra le più alte d’Italia e la retribuzione garantita dalla Regione alla SIS a prescindere dagli introiti (12 milioni di euro, a fronte di un investimento privato via via ridotto fino a soli 1,3 miliardi, con un “contributo pubblico” passato da 174 milioni a circa un miliardo). Va immediatamente verificata la legittimità e convenienza pubblica delle convenzioni, chiarito lo stato reale di attuazione e gli investimenti pubblici e privati finora impiegati e, viste le perduranti inadempienze della SIS, vanno contenuti i danni ambientali e economico-finanziari, rivedendo le opere mancanti, liquidando il concessionario-esecutore e riportando la strada ad una gestione pubblica e gratuita.

Le lotte dei comitati e delle associazioni debbono essere riunificate in un contesto generale, restituendo un ruolo centrale alla programmazione partecipata: il Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (PTRC), il Piano Territoriale dei trasporti (PRT) e gli altri Piani regionali, devono essere i principali mezzi della gestione del governo democratico e trasparente del territorio, dalle Dolomiti al mare, mentre – per come sono stati predisposti dalla Giunta e recentemente approvati dal Consiglio Regionale – risultano strumenti vuoti ed inefficaci che, conferendo pieni poteri alla giunta regionale, con ampia discrezionalità e deroghe, lasciano aperte le porte a nuovi scempi urbanistici e ambientali e ad un ulteriore consumo di suolo: debbono essere orientati ad un reale abbattimento del consumo di suolo, va potenziato il sistema di trasporto delle merci su ferro e per le vie del mare, completato il sistema ferroviario regionale, coordinandolo con quello pubblico su gomma, per lavoratori e studenti pendolari; gli aeroporti vanno interconnessi anziché ampliati, vanno messe in sicurezza le scuole e la viabilità, nelle diverse forme e livelli; va rilanciato un forte programma per il recupero, anziché l’abbandono e la svendita, dell’edilizia residenziale pubblica, recuperati e tutelati i centri storici con gli esercizi commerciali di prossimità, fermata l’ulteriore proliferazione dei centri commerciali extraurbani, ampliate le aree a verde pubblico, mantenuti i viali nelle città, collegandoli alle reti ecologiche, che hanno un ruolo fondamentale per almeno tre ordini di motivi : contribuiscono alla pulizia dell’aria, riducono le isole di calore nei centri urbani, riducono la CO2 causa dei cambiamenti climatici;  i parchi regionali devono essere difesi e ampliati. Il consumo di suolo deve avere uno stop netto; le Autorità di bacino per acqua e rifiuti debbono essere gestite con principi di efficacia, trasparenza e reale partecipazione democratica, le multiutilities a partecipazione pubblica debbono essere ricondotte alle finalità primarie della corretta gestione dei beni comuni, per la migliore efficienza energetica, la riduzione della contaminazione ambientale, forti investimenti di ricerca e sviluppo in collaborazione con le università del territorio.

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA NON-SOLIDALE

Le crisi di livello globale – i cambiamenti climatici, la pandemia, i flussi migratori e demografici –  hanno riflessi immediati sull’economia, la coscienza civile, le forme della democrazia. Se in linea ideale l’autonomia regionale solidale è un valore del tutto condivisibile, soprattutto per chi crede davvero alla sussidiarietà e all’esempio concreto dell’impegno reale e diretto nel proprio territorio, non possiamo non renderci conto della portata regressiva delle seduzioni del suprematismo etnico («prima i veneti») e dell’egoismo fiscale, fino al possibile esito della rottura del patto costituzionale e nazionale. Non ci porterà alcun sollievo sostituire ad un centralismo statalista il neo-centralismo regionale, come già oggi attuato con impronta dirigista e accentratrice dalla Giunta Zaia e sostenuto in particolare dalla Lega; si tratta, viceversa, – riprendendo le pregevoli elaborazioni del federalismo democratico – di riproporre con forza i temi del decentramento, del municipalismo e dell’autogoverno delle comunità locali, in un quadro di unità e solidarietà nazionale. No alle autonomie regionali indiscriminate e Sì a maggiori poteri e capacità d’intervento degli Enti locali, che devono essere liberati dalle regole stringenti del patto di stabilità ed essere in grado di riorganizzarsi in aree territoriali intermedie, dopo la rovinosa riforma che ha svuotato le Province, lasciando intatti gli apparati di sottogoverno.